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Come e perchè si viaggiava in Sicilia - di Franz Riccobono

di Franz Riccobono

La Sicilia, popolata diffusamente nella preistoria, per la posizione geografica e le sue peculiarità, viene ricordata dai primi navigatori che si avventurarono nel Mediterraneo. L’Odissea puuò considerarsi il più antico libro di viaggio ed in esso replicate sono le descrizioni della nostra Isola, specie della parte orientale.

Nella letteratura latina ed in particolare nell’Eneide, non mancano i cenni a tappe siciliane del viaggio del profugo Enea, questa volta sulla estrema porzione occidentale, dove pare che una piccola colonia di troiai abbia fondato Erice.

Sempre d’età romana la definizione della viabilità in Sicilia pervenutaci grazie all’itinerario Antonìno. Una cronaca di viaggio attraverso la Sicilia normanna ci viene dal geografo arabo El Edrisi, mentre qualche anno più tardi Federico II s’innamorerà a tal punto della nostra terra, da dichiarare paradossalmente che non invidiava a Dio il Paradiso, perché era ben soddisfatto di vivere in Sicilia.

Più diffusa è la documentazione sull’Isola del sedicesimo secolo, grazie all’abate messinese Francesco Maurolico o all’erudito saccente Tommaso Fazzello. Ancora Placido reina o Marcello Malpighi nel XVII secolo si soffermano nella descrizione di parti del territorio o peculiarità naturalistiche isolane.

Inoltre, a far conoscere la Sicilia, contribuì certamente il fatto che il Sovrano Militare Ordine di S. Giovanni di Gerusalemme, ritiratosi dall’Isola di Rodi sotto l’avanzare dei Turchi, grazie all’assegnazione fatta dall’Imperatore Carlo V, si stabilisce a Malta, facendone base fortificata contro gli “infedeli”.

La presenza dei Cavalieri, quasi sempre cadetti delle prime famiglie aristocratiche d’Europa, motivò in quegli anni una corrente di visitatori verso questo nobile propugnarono emblematicamente posto a difesa della cristianità. La tappa della Sicilia era d’obbligo, e questo ne favorì la conoscenza sin nelle remote regioni settentrionali.

Ma sarà il Settecento, il secolo dei “lumi”, a portare la Sicilia alla ribalta della cultura europea. Nel XVIII secolo furono decine i viaggiatori che a vario titolo e spinti spesso da opposte motivazioni giungeranno nell’antica Trinacria.

Naturalisti, archeologi e letterati, calano avidi di nuove e sconvolgenti esperienze in questa terra ove la fama dei miti ha reso affascinante anche ciò che altrove sarebbe stato banale. Certo non mancavano nell’Isola i motivi alla sorpresa, alla meraviglia.

Il tonante vulcano catanese, le distese di rovine del mondo classico, da Segesta a Selinunte, e quindi la serra di colonne doriche dei templi di Agrigento o la sconvolgente bellezza dello stretto di Messina, le cui correnti e i cui gorghi riproponevano la leggenda di Scilla e Cariddi, costituivano i riferimenti chiave per la lettura di un territorio che certamente non provocò mai delusioni nei numerosi viaggiatori che, due secoli fa, si muovevano in queste contrade.

Al patrimonio ambientale, natura dei luoghi e testimonianze delle civiltà scomparse, si aggiungeva sorpresa per i costumi degli abitanti di questa terra intrisa di tradizioni remote quanto disparate, e se il Goethe giunse a dire che qui era la chiave di tutto non fu certo per un azzardo poetico.

Qui, in realtà confluivano ed erano riconoscibili più che oggi, le componenti diverse della civiltà europea, perdipiù patinata dall’atmosfera esotica, orientale, tanto cara ai viaggiatori nordici. già il modo di pervenire in Sicilia portava i presupposti per un distacco, non solo fisico, da quanto caratterizzava la vita sul continente.

A Palermo o Messina si giungeva normalmente per nave, partendo dal porto di Napoli. Questo viaggio, attraverso le acque del basso tirreno, costituiva una sorta di stacco con il resto d’Europa, una ideale catarsi che preludeva all’ingresso in un mondo incantato ove era possibile rivivere il passato assaporando le diverse peculiarità di quelle culture che nei secoli avevano portato alla civiltà moderna, espressa appunto da quella “intellighenzia” europea che nel settecento, viaggiando, giungeva in Sicilia.

Qui era possibile ripercorrere un itinerario che risaliva le varie fasi della civilizzazione, in una sorta d’archivio vivente che consentiva la diretta visione della nostra emancipazione.

Non a caso la recente critica ha proposto una lettura in chiave esoterica delle pagine di viaggio di acumi illustri autori.

Giuseppe Balsamo, l’affascinante Cagliostro, o la villa del Principe di Palagonia, a Bagheria, certo contribuirono a creare ulteriore suggestione. Viaggio non solo fisico quindi, ma fisicamente impegnativo considerate le modalità di percorso di quel tempo. Infatti, gli spostamenti da una città all’altra dell’Isola avvenivano normalmente, e più rapidamente, via mare.

I nostri viaggiatori però preferivano e necessitavano, per gli scopi della loro venuta, spostarsi per via terra ed erano quindi costretti a sobbarcarsi alle fatiche ed alle incognite che comportava allora il modo di viaggiare. La visibilità nell’Isola era limitata agli itinerari che ricalcavano, grossomodo, il tracciato delle vecchie strade consolari romane, essenzialmente la via Consolare Valeria, che univa Capo Peloro a Capo Lilibeo, e la via Consolare Pompea che da Messina giungeva a Capo Pachino.

Vi era inoltre un tracciato che attraverso il centro dell’Isola univa la costa centro orientale (Catania – Siracusa) a Palermo. Al di là di questi lunghi percorsi vi erano tratti di viabilità che in maniera non organica collegavano i centri abitati minori.
Le strade non erano carrozzabili se non per tratti più o meno lunghi nei pressi delle città più importanti o laddove le condizioni del terreno avevano consentito uno stabile assetto degli antichi percorsi.

Purtroppo l’orografia dell’Isola, costituita essenzialmente dal susseguirsi di complessi di complessi montani interrotti da eccezionali tratti di pianura, non aveva certo agevolato lo sviluppo della rete viaria, malgrado i reiterati sforzi dei Governi nel corso dei secoli.

Subordinata alla difficoltà di spostarsi era la inesistenza di strutture per l’ospitalità, che si estrinsecava nella catena di “Fondaci” distribuiti soprattutto per consentire la sosta ed il cambio dei cavalli, specie per il servizio della “Regia Posta”. Per il resto, non vi era nulla che somigliasse ai nostri alberghi, e quindi chi viaggiava si premuniva opportunamente di credenziali o lettere patenti che gli aprissero le porte dei tanti monasteri, o, ancor meglio, le case dei nobili siciliani.

Considerate tali premesse, specie per la natura dei terreni, il mezzo di trasporto più diffuso e più comodo nei lunghi percorsi era, in Sicilia, la lettiga. Si trattava di una sorta di cabina costruita in legno e rivestita in cuoio o in tela cerata, ben rifinita all’interno con sedili imbottiti e tappezzeria, dove trovavano posto due passeggieri.

Le aperture erano riparate non da vetri, ma da cortine di pelle contro i raggi cocenti del sole, e, soprattutto, contro gli scrosci di pioggia. nella parte bassa dello sportello era, di norma, dipinto il segno araldico del proprietario o altra insegna.
Questa cabina era sostenuta da due lunghe stanghe di legno passanti per apposite staffe di ferro.

Addetti alla mozione erano normalmente due robusti muli. Vi era poi un conducente che a bordo di altra cavalcatura guidava con una lunga asta le bestie. Spesso il gruppo era integrato da uno o due uomini di scorta cui era affidato eventuale bagaglio someggiato.

La carovana procedeva lenta accompagnata dal cadenzato suono di campanelli o sonagliere. Molto si è scritto circa la presenza di fantomatici briganti che infestavano le campagne aggredendo gli sprovveduti viaggiatori. In realtà, nelle numerose relazioni di viaggio, specie di stranieri, a fronte del rischio paventato di aggressione da tutti ricordato, solo rarissimi e del tutto eccezionali sono i casi in cui il viaggiatore abbia dovuto lamentare un concreto danno da parte dei tanto declamati briganti.

E’ quindi molto probabile che tale pericolo venisse proposto ed esasperato da quanti, dietro compenso, si offrivano come scorta contro i banditi. Malgrado le obiettive difficoltà del viaggiare, in Sicilia come del resto in altre regioni d’Europa, nel settecento e nell’ottocento è veramente sorprendente il numero di stranieri che visitavano l’Isola.

Al di là delle suaccennate motivazioni di carattere essenzialmente culturale vi furono altre spinte che provocarono il fenomeno e che trovano spiegazione in precisi fatti di natura economica e politica. Tali argomentazioni, forse perché poco romantiche, sono rimaste sino ad oggi sottaciute, ma non c’è dubbio che contribuirono non poco a far conoscere la Sicilia più d’ogni altra parte d’Italia.

Il terremoto di Messina e Calabria del 1783 ebbe, come benefica conseguenza, tutta una serie di provvidenze volute dal Governo Borbonico al fine di risollevare l’economia peloritana. Ferdinando IV, con una serie di disposizioni favorevoli, sollecitò giovani imprenditori di tutt’Europa ad impiantare opifici nella città dello Stretto, tanto che agli inizi del XIX secolo troviamo stabiliti in Messina circa un centinaio di operatori economici stranieri.

La presenza di vere e proprie comunità estere, specie di lingua inglese, viene in quegli anni potenziata dalla situazione politica. Infatti, a seguito dell’occupazione napoleonica di gran parte dell’Europa continentale, la Sicilia resta tra le poche zone aperte al commercio inglese, tanto più se si ricorda l’alleanza tra i governi delle due Isole in quel tempo.

Anche la permanenza pressoché decennale di truppe inglesi in Sicilia, contribuì ad una maggiore confidenza tra i due popoli. Significativo dono di Ferdinando IV all’Ammiraglio Nelson resta la duca di Bronte, che per oltre un secolo manterrà, addirittura, il carattere dell’extraterritorialità: quasi una porzione, sia pur modesta, dInghilterra in Sicilia.

Infine, le comunità anglosassoni di Messina e Palermo resteranno attive sino agli inizi del nostro secolo lasciando estrema e quasi emblematica memoria nei monumentali campisanti inglesi, ancor oggi esistenti nelle due città isolane. Quindi complessa la presenza di stranieri in Sicilia che, come accennato, spesso non furono solo viaggiatori ma animarono con la loro presenza la vita economica (vedi sfruttamento dello zolfo, l’industria tessile o le più note attività enologiche) ma anche il gusto, la moda ed in alcuni casi, addirittura la lingua, facendo della Sicilia uno dei luoghi più visitati d’Europa.

Testimonianza inequivocabile di tali presenze resta oggi il congruo patrimonio di guide e resoconti di viaggio che fecero dell’Isola un preciso riferimento per la cultura del tempo.

Fonte: www.vacanzesiciliane.net

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