Questo sito utilizza i cookie. Utilizziamo i cookie per permettere una migliore esperienza di navigazione. Cliccando ok, continuando a navigare su questo sito, cliccando sui link al suo interno o semplicemente scrollando la pagina verso il basso, accetti il servizio e gli stessi cookie.

Il Regno delle Due Sicilie

Il Regno di Sicilia, fu uno Stato sovrano esistito dal 1130 al 1816. Istituito nel 1130, con Ruggero II d'Altavilla (con la fusione della Contea di Sicilia e del Ducato di Puglia) e durato fino all'inizio del XIX secolo in stati di più o meno larga indipendenza (assicurata comunque dalla presenza dell'assai longevo Parlamento con sede a Palermo), è considerato da diversi studiosi come il prototipo del moderno Stato europeo.

Federico II

Federico IIA Enrico VI nel 1197 a Messina, gli succedette l'ancora infante Federico II; ricevette un'educazione reale, anche se alcuni autori, sostengono che venne cresciuto dal popolo palermitano più povero, autodidatta per ogni forma di cultura. Nel 1208, quattordicenne, Federico II uscì dalla tutela papale e assunse direttamente il potere nel regno di Sicilia. Sconfitto Ottone a Bouvines, Federico fu incoronato Re di Germania. Federico non diede alcun segnale di voler abdicare al Regno di Sicilia, pur mantenendo la ferma intenzione di tenere separate le due corone.

I SUOI TITOLI

Aveva quindi deciso di lasciare il Regno di Germania al figlio Enrico, conservando tuttavia, quale imperatore, la suprema autorità di controllo. Essendo stato educato in Sicilia è probabile che si sentisse più siciliano che tedesco, ma, soprattutto, egli conosceva bene le potenzialità del suo regno. Federico, mantenuto il suo voto crociato, ottenne la cessione di Gerusalemme da parte del Sultano d'Egitto e fu incoronato Re di Gerusalemme nel 1229.

IL SUO GOVERNARE

Approfittando di un periodo di pace, il sovrano si dedicò agli affari interni dei suoi domini. Condusse un'intensa attività legislativa a Capua e a Catania, a Messina, a Melfi, a Siracusa e a San Germano, accentrando il potere nelle proprie mani sottraendoli ai feudatari che li avevano precedentemente usurpati. Ad agosto del 1231 nel Castello di Melfi Federico II, emanò le Constitutiones Augustales, codice legislativo del Regno di Sicilia, fondato sul diritto romano e normanno, considerato tra le più grandi opere della storia del diritto. Ne doveva nascere uno Stato centralizzato, burocratico e tendenzialmente livellatore, con caratteristiche che gli storici hanno reputato "moderne".

Si preoccupò inoltre di formare un ceto di funzionari colti che potessero occuparsi della cosa pubblica fondando l'Università di Napoli. Favorì anche la scuola medica salernitana, prima e più importante istituzione medica d'Europa nel Medioevo. Palermo e la corte divennero il centro dell'Impero, e grazie al mecenatismo del re (definito per la sua cultura "Stupor mundi"), divenne un importante polo culturale, punto d'incontro tra le tradizioni greca, araba ed ebraica. Qui nacque la Scuola poetica siciliana con il primo utilizzo della forma letteraria di una lingua romanza, il siciliano o meglio il siculo-appulo che anticipa di almeno un secolo la Scuola Toscana.

Tra i più importanti esponenti della Scuola Siciliana, Jacopo da Lentini, ideatore del sonetto.

Nel 1250 Federico passò a miglior vita.

LA SUCCESSIONE

Federico II nel suo testamento nominava il figlio secondogenito Corrado IV erede universale e suo successore sul trono imperiale, su quello di Sicilia e su quello di Gerusalemme, e lasciò a Manfredi il Principato di Taranto con altri feudi minori, e inoltre la luogotenenza del regno di Sicilia.

MANFREDI

Diffusasi nel 1258, probabilmente per opera stessa di Manfredi, la voce della morte di Corradino, i prelati e i baroni del regno invitarono Manfredi a salire sul trono ed egli fu incoronato il 10 agosto nella cattedrale di Palermo. Tale elezione non venne riconosciuta dal papa Alessandro IV che ritenne pertanto Manfredi un usurpatore. Manfredi venne sconfitto nella decisiva battaglia di Benevento, avvenuta il 26 febbraio 1266. Le milizie siciliane e saracene insieme alle tedesche difesero strenuamente il loro re, mentre quelle italiane abbandonarono Manfredi, che morì combattendo con disperato valore.

I re svevi di Sicilia (Hohenstaufen)

Enrico (1194 – 1197), con Costanza (1194 - 1198)

Federico II (I) (1198 – 1250)

Corrado I (1250 – 1254)

Corrado II (1254 - 1258)

Manfredi (1258 – 1266) (reggente dal 1250)

Il periodo angioino

Clemente IV - Carlo ICarlo, conquistato il regno, non convocò più il parlamento Siciliano, eliminò gran parte della nobiltà sospettata di lealismo verso la dinastia precedente e ne sostituì gli esponenti con ben più fidati piccoli feudatari, scesi con lui nel regno dalla Francia.

Scelse dunque funzionari governativi stranieri, con l'eccezione degli esattori delle imposte, e il commercio che con gli Svevi era gestito dai commercianti del regno, in poco tempo passò nelle mani di mercanti e banchieri toscani.

Il sovrano nella sua azione di governo contribuì ad aggravare l'impoverimento dei contadini e la prepotenza dei feudatari nelle campagne. Questi, avvezzi ad una sorta di anarchia nobiliare derivante dalla tradizione feudale alla quale erano abituati, non seppero adattarsi alle consuetudini burocratico-amministrative dell'epoca normanno-sveva in uso nel Meridione. Non a caso si ritiene che fu proprio durante il regno di Carlo I che si affermò, con l'arrivo dei suoi baroni, quel carattere d'infedeltà verso il trono, violenza ed arbitrio tipici dell'aristocrazia meridionale.

Questa situazione portò in breve tempo, la nobiltà esasperata a cercare un liberatore, che fu presto trovato nella persona di Corradino di Svevia, figlio di Corrado IV, nipote di Manfredi e ultimo discendente della dinastia degli Hohenstaufen. Nel 1268 Corradino cercò di riconquistare la corona, ma venne sconfitto nella Battaglia di Tagliacozzo, finendo poi decapitato nella piazza del Mercato a Napoli. Dopo la morte di Corradino, Carlo trasferisce la capitale da Palermo a Napoli, all'epoca principale centro della Terra di Lavoro.

I vespri siciliani

In Sicilia, il 29 marzo 1282, scoppiò una rivolta, nota come i Vespri siciliani. Nel frattempo i siciliani, di fronte all'alleanza tra Papato ed Angioini, offrirono la corona di Sicilia a Pietro III d'Aragona, trasformando l'insurrezione in un conflitto politico fra Siciliani ed Aragonesi da un lato e gli Angioini, il Papato, il Regno di Francia e le varie fazioni guelfe dall'altra.

LE CAUSE

Le cause dell'insurrezione siciliana sono da ricercare nel forte malcontento nei confronti degli Angiò. Esso fu causato sia dalla scelta di trasferire la capitale del regno a Napoli, sia dall'impopolarità del nuovo governo, il quale stava riducendo in miseria il paese. La situazione precipitò quando, secondo la ricostruzione storica, un soldato francese, tale Drouet, mancò di rispetto verso una donna siciliana. Il gesto, immediatamente vendicato dal marito, che uccise Drouet, diede il via a un'insurrezione che da Palermo si estese subito in tutta la Sicilia.

SI RACCONTA CHE...

Si racconta che i siciliani, per individuare i francesi che si camuffavano fra i popolani, facessero ricorso ad uno "shibboleth", mostrando loro dei ceci («cìciri», nella lingua siciliana) e chiedendo di pronunziarne il nome; quelli che venivano traditi dalla loro pronuncia francese (sciscirì), venivano immediatamente uccisi. I siciliani giurarono fedeltà alla Chiesa cattolica, e il rifiuto di nuove sottomissioni a un re straniero, dichiarandosi al contempo una confederazione di liberi comuni (Communitas Siciliae). La riuscita della communitas Siciliae dipendeva essenzialmente dal consenso della Chiesa, doveva essere risaputo che il papa intrattenesse un antico e consolidato rapporto politico con il Regno di Francia (lui stesso era francese) e con Carlo d'Angiò.

I re angioini di Sicilia

Carlo I (1266-1282)

Il periodo aragonese

Sbarco di Pietro III a TrapaniCon il precipitare degli eventi i Siciliani chiesero aiuto a Pietro III d'Aragona che, quale marito di Costanza di Svevia, figlia di Manfredi, si considerava titolare della corona di Sicilia e giunto sull'isola il 30 agosto 1282, in settembre cinse la corona del regno.

Questo coinvolgimento allargò il conflitto: papa Martino IV ed il re francese Filippo III si schierarono a fianco degli Angiò. Un primo tentativo di porre fine al lungo conflitto fu compiuto nel 1295 ad Anagni sotto gli auspici della Santa Sede: re Giacomo II d'Aragona, interessato a riallacciare i rapporti con il Papa, si impegnò con Carlo II d'Angiò a cedergli la Sicilia alla sua morte. I siciliani, però, prevedendo un ritorno sotto gli odiati Angiò, insorsero e offrirono la corona dell'isola al fratello di Giacomo, Federico.

IL REGNO DI TRINACRIA

La prima fase del conflitto si concluse nel 1302 con la Pace di Caltabellotta che stabiliva la divisione del regno in due: Regnum Siciliae citra Pharum (Regno di Napoli) e Regnum Siciliae ultra Pharum (anche noto per un breve periodo come Regno di Trinacria), con la condizione che Federico III d'Aragona continuasse a regnare con il titolo di re di Trinacria, e che alla sua morte la corona sarebbe tornata agli Angioini. Questi tuttavia nel 1313 rivendicò il titolo di Re per il figlio Pietro, e cambiò il titolo in "re di Sicilia" creando l'assurdo per cui esistevano due regni di Sicilia e due re di Sicilia, ciò provocò l'inevitabile reazione angioina e la ripresa della guerra che si trascinò sino al 20 agosto 1372, quando si concluse dopo ben novanta anni con il Trattato di Avignone firmato da Giovanna d'Angiò e Federico IV d'Aragona e con l'assenso di Papa Gregorio XI.

L'INQUISIZIONE IN SICILIA

Dopo un tentativo fallito di estendere dalla Spagna alla Sicilia il Tribunale dell'Inquisizione nel 1481, nell'ottobre del 1487 Ferdinando II creò il Tribunale dell'Inquisizione, e fu inviato in Sicilia il primo inquisitore delegato, Frate Agostino La Pena. Nell'isola operavano già gli inquisitori apostolici dell'Inquisizione della Santa Sede anche se con modalità meno rigorose rispetto a quelle dell'Inquisizione spagnola.

Il 18 giugno 1492, un editto di Ferdinando il cattolico impone senza condizioni che gli ebrei debbano abbandonare per sempre la Sicilia entro tre mesi, pena la morte, cancellando un'identità etnica, culturale, religiosa e linguistica da secoli integrata nella vita dell'isola. Ferdinando morì il 25 gennaio del 1516, la Corona d'Aragona venne ereditata dal nipote Carlo V d'Asburgo, che assunse il titolo di re di Spagna, e di imperatore del Sacro Romano Impero, ereditò anche il regno di Sicilia con il titolo di Carlo II di Sicilia.

I re aragonesi di Sicilia o Trinacria (Casa di Barcelona)

Pietro I - Costanza II (1282-1285)

Giacomo I (1285-1296)

Federico III (1296-1337)

Pietro II (1337-1342)

Ludovico (1342-1355)

Federico IV (1355-1377)

Maria (1377-1401) - Martino I (1392-1401) re consorte

Martino I (1401-1409)

Martino II (1409-1410)

I re della Corona d'Aragona e di Sicilia (Trastámara)

Ferdinando I (1412 - 1416)

Alfonso I (1416 - 1458)

Giovanni I (1458 - 1479)

Ferdinando II (1479 - 1516)

Il periodo borbonico

Carlo III

Nel 1734, il Regno di Sicilia, come prima il Regno di Napoli, fu invaso dalle truppe di Carlo di Borbone. L'infante di Spagna, senza incontrare forti resistenze, sconfisse gli austriaci, sottraendo la Sicilia alla dominazione austriaca.

Nel 1735, Carlo venne incoronato nella Cattedrale di Palermo: la costituzione della nuova monarchia borbonica liberava dalla condizione di viceregno la Sicilia, che ritornava ad essere uno stato indipendente, sebbene, di fatto, unito a Napoli.

L'incoronazione in Sicilia portò a far credere alla nobiltà Siciliana, che il re volesse fissare la propria dimora a Palermo anziché a Napoli, tuttavia, trascorsa una settimana, Carlo partì per il continente fissando la propria dimora a Napoli, tale scelta provocò un clima di delusione che rafforzò l'antica divisione tra Napoli e Palermo.

La politica del nuovo sovrano fu all'insegna delle riforme: esse furono orientate a modernizzare l'amministrazione e l'erario e a favorire i commerci. In particolare, però, il re attuò interventi tendenti a limitare il potere ecclesiastico e baronale.

Il baronaggio, infatti, aveva acquisito funzioni e poteri propri della corona, di cui il sovrano intendeva riappropriarsi. Le riforme in Sicilia acquisirono un certo consenso quando Carlo scelse il principe Bartolomeo Corsini come vicerè dell'isola, la sua politica ebbe un'impronta di tipo "costituzionale", cosa assai insolita per quel tempo, ciò gli permise di fungere da mediatore tra le direttive governative e le obiezioni della classe dirigente isolana. Ciononostante la politica riformistica del re fu fortemente osteggiata dal ceto nobiliare e subì una pesante battuta d'arresto, tanto che il sovrano dovette abbandonarla e gli ultimi anni del suo regno furono caratterizzati, paradossalmente, da una filosofia di governo del tutto opposta.

Ferdinando III

Nel 1759, alla morte di suo fratello Ferdinando, Carlo divenne Re di Spagna, mentre il Regno di Sicilia e il Regno di Napoli furono assegnati al figlio terzogenito Ferdinando, di appena otto anni. Il consiglio di reggenza a cui fu affidato il giovane Ferdinando III di Sicilia riprese il vecchio progetto riformista, che continuò anche dopo la maggiore età del sovrano. Come avvenne per il padre, Ferdinando avrebbe dovuto prestare giuramento di rispetto delle costituzioni e dei privilegi del Regno, ma ciò non avvenne poiché ancora minorenne.

Divenuto maggiorenne, in quanto contrario al potere baronale nell'isola, decise che il re non avrebbe prestato nessun giuramento, questo fu motivo di contrasto tra la famiglia regnante e la nobiltà Siciliana. Di particolare rilievo fu la requisizione e successiva vendita del ricco patrimonio terriero del soppresso ordine religioso della Compagnia di Gesù. Circa 34.000 ettari furono messi all'asta e una parte di essi fu sottratta al baronaggio e riservata ai piccoli agricoltori: oltre tremila di essi ebbero assegnate porzioni di terra.

LA POLITICA A VANTAGGIO DEI CONTADINI

Questa politica sociale tesa alla redistribuzione delle terre ai contadini poveri rappresentò il primo serio tentativo di riforma e di colonizzazione del latifondo meridionale, costituendo la più consistente operazione di riforma agraria attuata in Italia nel corso del XVIII secolo. Anche il nuovo piano riformistico fu pesantemente osteggiato dai baroni. La risposta della corona fu l'estromissione della nobiltà siciliana dal ruolo primario di governo del paese, relegandola in una posizione di secondo piano. Si affermò un orientamento antibaronale, che divenne, poi, antisiciliano, che portò a sostenere una politica nella quale Napoli ebbe piena supremazia su Palermo.

Tutto ciò influirà, in seguito, sul ruolo del "partito siciliano" nell'ambito delle sorti del Regno delle due Sicilie. Nel 1774 il nuovo viceré di Sicilia era il Principe Marc'Antonio Colonna, questi napoletano d'adozione, interruppe l'usanza secondo il quale il viceré veniva scelto in ambienti non napoletani. I baroni Siciliani e la regina Maria Carolina si schierarono contro il marchese Tanucci, e con soddisfazione della nobiltà Siciliana, Tanucci abbandonò il suo incarico. Maria Carolina lo rimpiazzò con il marchese Beccadelli, il quale con la sua politica, finì con il danneggiare il baronaggio siciliano. Nel 1795, il patriota siciliano Francesco Paolo Di Blasi, sostenitore di idee repubblicane e indipendentiste, propugnatore dei diritti dell'uomo, venne arrestato, processato e giustiziato per accusa di cospirazione per l'istituzione di una repubblicana siciliana.

La nuova Costituzione 1812 e la fine del regno

Con la conquista napoleonica (guerre napoleoniche) del Regno di Napoli, Ferdinando III, che aveva mantenuto il controllo della Sicilia, anche grazie all'appoggio dell'Inghilterra, nel 1798 fu costretto ad abbandonare la capitale continentale e a rifugiarsi a Palermo. Tornò a Napoli dopo gli accordi con Napoleone nel 1802, ma a causa dell'invasione francese ritornò a Palermo nel 1805, in un'aria particolarmente gelida.

Il ruolo svolto dai britannici nel governo dell'isola fu estremamente invasivo, ma almeno fu strumentale alla concessione della nuova Costituzione Siciliana, che risente dell'aspirazione di libertà e costituzionalismo moderno, che separava definitivamente la Sicilia da Napoli, una costituzione ispirata dal modello inglese. La nuova carta costituzionale, invisa da Ferdinando, secondo Acton, finì con il diventare un eccellente strumento di propaganda per i Borbone, mentre fu deplorata da molti dei nobili che l'avevano votata, quando s'accorsero che essa toglieva loro l'antico potere.

SOPPRESSIONE DEL REGNO DI SICILIA

Dal 1817 Napoli assumeva il ruolo di unica capitale, ebbe, però, come conseguenza la soppressione del Regno di Sicilia, della Costituzione e la perdita, per Palermo, delle sedi centrali del governo e la chiusura de facto del Parlamento siciliano, provocando malumori nell'opinione pubblica siciliana. In tale contesto, Nicolò Palmieri, scrisse un saggio polemico al re Ferdinando I, dove dichiarava: «Dal 1816 in poi, la Sicilia ebbe la sventura di essere cancellata dal novero delle nazioni e di perdere ogni costituzione. Noi domandiamo l'indipendenza della Sicilia e i voti non sono solo di Palermo ma della Sicilia intera e la maggior parte del popolo siciliano ha pronunziato il suo voto per l'indipendenza». Dalla soppressione del regno partirono le rivolte indipendentiste, con i primi moti nel 1820.

I re Borbone di Sicilia

Carlo V (1734 – 1759)

Ferdinando III (1759 – 1816)

I moti del 1820

La soppressione formale del Regno, che fu sottomesso a Napoli e cancellato dai Borboni, fece nascere in tutta l'isola un movimento di protesta e il 15 giugno 1820 gli indipendentisti insorsero (nelle mani degli insorti caddero circa 14.000 fucili dell'arsenale di Palermo) guidati da Giuseppe Alliata di Villafranca, acclamato presidente della giunta di stato. Venne istituito un governo a Palermo (18-23 giugno), presieduto dal principe Paternò Castello, che ripristinò la Costituzione siciliana del 1812, con l'appoggio degli inglesi. Il 7 novembre 1820 il re Ferdinando inviò un esercito (circa 6.500 soldati i quali si aggiunsero agli altrettanti di guarnigione nella parte orientale della Sicilia non in rivolta) agli ordini di Florestano Pepe (poi sostituito dal generale Pietro Colletta) che riconquistò in breve tempo la Sicilia con delle lotte sanguinose e ristabilì la monarchia assoluta, risottomettendo l'isola a Napoli.

La rivoluzione del '48 e la rinascita del Regno di Sicilia

Il 12 gennaio 1848, prese il via, prima a Palermo e poi in tutta la Sicilia, un moto rivoluzionario anti-borbonico, guidato da Rosolino Pilo e Giuseppe La Masa. La Sicilia venne dichiarata indipendente, mentre l'esercito borbonico, opposta una debole resistenza, si ritirò dall'isola.

Il 25 marzo fu riaperto dopo circa 30 anni il Parlamento siciliano, presieduto da Vincenzo Fardella di Torrearsa, fu proclamato il "regno di Sicilia" e fu insediato un governo costituzionale. Un decreto deliberato dal Parlamento del 13 aprile dichiarò decaduta la monarchia borbonica. Il 10 luglio 1848, fu proclamata la nuova costituzione che dichiarava: « La Sicilia sarà sempre Stato indipendente. Il re dei Siciliani non potrà regnare o governare su alcun altro paese. Ciò avvenendo sarà decaduto ipso facto. La sola accettazione di un altro principato o governo lo farà anche incorrere ipso facto nella decadenza. »

All'interno del parlamento l'orientamento politico era in netto contrasto. Vi erano monarchici e repubblicani che aspirano ad un'indipendenza dell'isola, federalisti ad un'Italia confederata in tanti Stati, e unitari, ma tutti desiderosi di liberare la Sicilia dai borboni. Il 27 maggio, la Trinacria, posta al centro del tricolore italiano, fu adottata quale simbolo dell'isola dal Parlamento siciliano: « Il Parlamento decreta: Che da qui innanzi lo stemma della Sicilia sia il segno della Trinacria senza leggenda di sorta.
Fatto e deliberato in Palermo lì, 28 marzo 1848. »

Michele Amari (Ministro delle Finanze del governo) avrebbe scritto nel 1851 che Domenico Scinà «con un sorriso amaro» chiedeva ai giovani della sua cerchia se anche loro fossero stati contagiati dall'isteria italica. Il 10 luglio Mariano Stabile dichiarò alla Camera bassa che Francia e Inghilterra avrebbero riconosciuto l'indipendenza della Sicilia appena eletto il nuovo re. Il nuovo governo offrì la corona del regno al duca di Genova, Alberto Amedeo di Savoia, fratello minore del futuro re d'Italia, con il nome di Alberto Amedeo I di Sicilia, che però impegnato nella prima guerra d'indipendenza, la rifiutò.

ASSEDIO DI MESSINA 1849

Nei primi mesi del 1849, l'esercito borbonico con l'assedio di Messina avviò la riconquista, inviando un esercito di 16.000 uomini, comandato da Carlo Filangieri. Nel corso dei mesi di lotta a Messina vi furono sette distinte grandi fasi di bombardamenti dell'artiglieria borbonica sulla città, oltre a violente battaglie di fanteria. Il bombardamento e gli incendi appiccati suscitarono le proteste dei diplomatici stranieri presenti, precisamente dei consoli del Belgio, della Danimarca, della Francia, dell'Inghilterra, dell'Olanda, della Russia, della Svizzera.

Il 7 aprile, dopo aspri combattimenti, fu ripresa Catania, e il 14 maggio 1849 Filangieri riprese possesso di Palermo, mentre i leader siciliani andarono in esilio. L'ultimo Stato indipendente di Sicilia durò così 17 mesi.

 

Palermo - 1860

fonte e immagini: wikipedia

 

StampaEmail